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FEDERICO ROSSI INCONTRA MAURIZIO BASTIANONI

Intervista sul giornalismo

Maurizio Bastianoni oggi scrive romanzi e guarda con un misto di serenità e nostalgia agli anni in cui ha iniziato a frequentare le redazioni dei giornali, ormai molto tempo fa.

Era il 1979? Giusto Maurizio?
Sì. Esatto. L’ottobre del ’79, quando le pagine sportive dell’edizione toscana de l’Unità pubblicarono il mio primo articolo. Ricordo ancora il titolo: “Il parquet e Ciaralli battono l’Olimpia”. Si trattava di una partita di basket che si era disputata a Perugia. A mio modo, iniziai da “inviato”. Scherzo ovviamente.

Ma la passione per il giornalismo come ti era venuta?
Fu un film – sono stato un grande appassionato di cinema, ora molto meno – a sorprendermi ed esaltarmi. “Tutti gli uomini del Presidente” di Alan J. Pakula con Dustin Hoffmann e Robert Redford, la storia del Watergate insomma. Lo vidi a 12 anni, nel ’76 e rimasi stregato. Sai quegli incontri che ti cambiano la vita.

Cosa ti piacque in particolare?
Il ritmo, innanzitutto. Se avrete occasione di vederlo, verrete colpiti dall’incalzare degli avvenimenti (anche se adesso esiste una diversa percezione spazio – temporale e dunque molti forse non coglieranno questo aspetto). L’intreccio della vicenda che è anche una sorta di spy-story, la bravura dei due protagonisti, il contesto, la denuncia socio – politica ma soprattutto il potere del giornalismo. La possibilità di incidere sulla realtà. Ricordo solo che dopo lo scoop di Bob Woodward e Carl Bernstein, i due giornalisti del Washington Post, e la deflagrazione dello scandalo il presidente Nixon fu costretto a dimettersi.

Torniamo a L’Unità.
Sì, ero uno dei tanti collaboratori. Ero giovanissimo, non era che avessi molto credito (com’era anche giusto, probabilmente). Iniziai a collaborare curando la serie B di basket. Il caporedattore sport era una figura molto nota del giornalismo sportivo fiorentino e toscano, Loris Ciullini.

Attualmente la condizione dei collaboratori nei giornali non è rosea: precarietà e pochi soldi. Allora com’era la situazione?
Non era molto migliore. Infatti compresi subito che se cercavo un lavoro sicuro e decentemente remunerativo dovevo rivolgermi altrove, tenendo la mia passione giornalistica solo come hobby. Non fu facile digerire una realtà di questo tipo. Cercai però di ottenere le maggiori soddisfazioni possibili. E cosi fu (fortunatamente).

Da L’Unità passasti quindi a Paese Sera.
Dopo 5 anni di collaborazione mi venne offerta la possibilità di trasferirmi alla redazione fiorentina di Paese Sera. Iniziò un’esperienza molto stimolante che mi consentì di ottenere più spazio (ero la prima firma per il basket) e di fare poi un’esperienza straordinaria seguendo il mondo del cinema. Infine divenni una sorta di capo rubrica – così si chiama il responsabile del basket all’interno della redazione sportiva – nazionale nell’ultimo anno di permanenza a Paese. Ebbi modo di seguire la finale di Coppa Campioni e la finale scudetto. Una bella soddisfazione.

Ricordi qualcuno in particolare nella tua esperienza a Paese Sera?
Beh, innanzitutto voglio ricordare cos’era quella testata per Roma e nell’ambito del dibattito culturale della sinistra italiana. Un giornale specializzato nella cronaca e nello sport che ha sempre fornito spunti critici mai banali dal punto di vista culturale e una certa effervescenza. E’ stato poi una scuola di giornalismo per tanti colleghi, alcuni dei quali sarebbero poi divenuti firme prestigiose. A Firenze ricordo volentieri tutti gli amici e colleghi. Mi ricordo in particolare dei due caporedattori del mio periodo, Franco Pasqualetti e Piero Meucci, di Mario Talli, Elena Polidori, Sandro Laszlo, Maurizio Fanciullacci e molti altri. Magari mi dimentico di qualcuno e me ne scuso. Poi c’era Laura Alari, la responsabile delle pagine sportive, una donna prima che una giornalista che oggi si definirebbe molto tosta e capace nel suo lavoro. Colgo l’occasione per ricordare una sua collega e amica, Manuela Righini (che aveva lavorato a Paese negli anni precedenti), recentemente e prematuramente scomparsa. Un altro esempio di carattere forte, combattività e professionalità.

Parlavi della tua esperienza di cronista cinematografico.
Sì. Ho avuto modo di scrivere soprattutto per le pagine spettacoli nazionali di Paese nella stagione 1984 – 85 e di intervistare grandi attori, attrici e registi. Per un cinefilo un’esperienza unica. Devo ringraziare Fausto Gianì che era il capo della redazione spettacoli e che mi concedette molta fiducia, apprezzando il mio lavoro.

Quale intervista ti è rimasta nel cuore?
Ce ne sono diverse. Quella sul set di “Amici miei atto terzo”. Mi recai alla stazione di Santa Maria Novella e c’era una pausa nelle riprese. Subito avvicinai Ugo Tognazzi. In quel momento io non ero nessuno, un giovane giornalista di 21 anni. Non è che Tognazzi mi prestò molta attenzione. Invece, tutti gli altri attori (Renzo Montagnani, Gastone Moschin e Adolfo Celi) furono molto gentili. In particolare poi il regista Nanni Loi, col quale feci una lunga e amabile chiacchierata. Per importanza invece dovrei dirti l’intervista con Claudio Mancini, il produttore dei film di Federico Fellini, che mi confidò delle notizie in anteprima su “Ginger e Fred” in uscita. Fu un piccolo scoop. Seppi poi da Mancini che l’articolo era stato letto dallo stesso Fellini. Inoltre l’intervista a Manuel De Oliveira l’ormai centenario regista portoghese. Per finire quella con Vasco Pratolini in occasione di una rassegna dei film tratti dai suoi romanzi che divenne la premessa per una preziosa amicizia di cui mi onoro. E tanti altri episodi potrei citare. Magari un giorno scriverò un libro…

Non sarebbe una cattiva idea… Ma riprendiamo il cammino. Da Paese Sera alla Gazzetta di Firenze – La Città.
Sì. Nell’autunno del 1988 l’amico e collega Franco Vannini, capo rubrica basket a La Città, fu chiamato a Repubblica che inaugurava la sua redazione fiorentina. Franco consigliò di scegliere me come suo sostituto. Ricevetti e accettai l’offerta. Ebbi così l’opportunità di iniziare una nuova avventura, purtroppo conclusasi troppo presto per le difficoltà in cui tutte le varie Gazzette del proprietario Longarini, precipitarono. Per chi come me (e altri), aveva sempre lottato per ottenere spazio per la pallacanestro all’interno dei giornali, avere tutto quelle pagine a disposizione era un sogno. Avevamo 3-4 pagine la domenica sul lunedì e mezza pagina tutti i giorni. Fui accolto benissimo. Guidavo una “redazione” di una diecina di ragazzi, tutti in gamba. Voglio ricordare Leonardo Bartoletti, Marco Massetani, Simone Fioretti, Roberto Chiti e magari anche stavolta faccio torto a qualcuno. Ma sono tutti nei miei ricordi. Il caporedattore sport era Francesco Pancani (figlio d’arte ora alla Rai), il vice era Giuseppe Calabrese (oggi firma apprezzata di Repubblica Firenze), uno dei collaboratori era Paolo Ciampi, oggi anche valente scrittore. Meraviglie tecnologiche (so di correre il rischio di suscitare l’ilarità di qualche giovane che gettasse lo sguardo su queste parole ma tant’è…): passavamo dalle macchine da scrivere ai computer con il pezzo impaginato subito visibile.

Hai collaborato anche a riviste specializzate note e prestigiose: Giganti del Basket e Super Basket?
Esatto. Come corrispondente. Dal 1986 con Giganti di cui veniva riconosciuta l’accuratezza dell’impaginazione, la bellezza delle foto e la capacità di approfondimento essendo stato per lungo tempo un mensile. Qualche anno dopo iniziai il mio rapporto con Super Basket, fondato dal mitico Aldo Giordani, un uomo che ha dato tanto al movimento cestistico (e che pochi oggi ricordano). Voglio anche ricordare Dario Colombo, il direttore di Giganti e soprattutto Tullio Lauro, un uomo generoso e preparato (anche intellettualmente) con il quale oltre a sentirsi spesso telefonicamente vivemmo il trionfo della “sua” Tracer Milano a Gand (in Belgio), nella prima edizione della Final Four.

E poi le esperienze televisive…
Certo. Come no? Dopo aver partecipato a numerose trasmissioni nelle reti regionali, nel ’92 l’amico e collega Vittorio Betti fece il mio nome per la conduzione di una trasmissione dedicata al basket che doveva iniziare a Rete 37. La intitolammo “Basket Time”. Chiesi di affiancarmi nella conduzione ad un coetaneo pistoiese, da poco attivo nella redazione sportiva. Seguiva il calcio ma amava anche il basket. Mi rispose subito di sì ed iniziammo una collaborazione che è durata due anni. Si trattava di Alessandro Bonan, oggi volto notissimo di Sky. Fu un’esperienza positiva che ci permise di trattare la pallacanestro toscana – che in quel momento contava ben cinque squadre tra serie A1 e A2 – dall’interno con collegamenti, servizi e tanti ospiti in studio.

So che vuoi ricordare un altro tuo collega giornalista.
Come potrei dimenticarmi di Piero Focardi, il capo rubrica de La Nazione. Il primo giornalista di basket che ho conosciuto. Sempre elegante con i suoi completi principe di Galles. Un’eleganza che mi ricordava quella di mio padre e di altre persone che ho avuto la fortuna di conoscere. E da cinefilo, mi faceva venire in mente Laurence Olivier (il grande attore inglese). Aveva “tirato su a minuzzolini di pane”, come amava dire lui, fra gli altri un bravo colleqa che ha iniziato col basket e che sta facendo una bellissima carriera, Marcello Mancini (attuale vice direttore de La Nazione). Mi ricordo un viaggio in treno con Piero e Franco Vannini da Firenze a Varese per seguire il match fra la Di Varese e la Liberti nello storico palazzetto di Masnago. Piero era contento come un bambino, per lui – pioniere cestistico – essere arrivato a vedere una squadra fiorentina giocare una gara dei Playoff era il massimo della vita.

Quali le differenze maggiori fra quel giornalismo e l’attuale?
Mah, che ti devo dire? E’ cambiato il mondo. Con i nuovi strumenti multimediali, lo scenario è mutato radicalmente. Vedo il giornale quotidiano in affanno, bruciato com’è dall’informazione in diretta, munito per minuto potremmo dire. Occorre anche rivedere alla radice il ruolo del giornalista nel nuovo panorama. Noto la perdita di parte della credibilità dell’informazione e spesso l’assenza di analisi. Non è detto che sostituire il passo felpato con la velocità si riveli la scelta giusta. Si tratta di un tema molto complesso.

Cosa porti della tua esperienza giornalistica nei tuoi romanzi?
Credo tutto. Ad esempio, l’amore per l’approfondimento soprattutto nell’ultimo libro, “La Volpe nella tana del Lupo”. L’attenzione ai particolari in questo e anche negli altri romanzi. L’omaggio al basket contenuto ne “Il giardino all’inglese”, nel capitolo “Si va, si va, si va in serie A”, in particolare.

Anche nel prossimo libro, ormai in dirittura d’arrivo, sarà così?
Sarà così. Ricerca e approfondimento, soprattutto quando si ha a che fare con la storia.

Il veleno come sai, sta sempre nella coda. Hai ricordato le tue esperienze e molti colleghi con giudizi largamente positivi: possibile? Mi rifiuto di pensare che non ci siano mai stati problemi. Mai avuto discussioni o scontri in redazione?
E’ capitato. Certo. I giornalisti non sono certo mammolette. Oltretutto è un mestiere che tende a sviluppare l’egocentrismo se non affrontato con l’opportuna dose di equilibrio. Ma io preferisco ricordare la parte migliore di noi e le pagine felici. Che sono state tante.

Federico Rossi


 

 
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