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LA SETTIMANA DI GIANNI
(Pagnini Editore, 2004)
Ferenza, Seconda Repubblica. Gianni, 18 anni, attende la visita del nonno partigiano. Vivrà una settimana che segnerà la sua vita futura. Emozioni, memorie, personaggi, sentimenti, vecchie e nuove amicizie, sette giorni intensi.

ESTRATTO

“Il nonno entrò in casa, aveva le chiavi. Non c’era nessuno: chi a studiare, chi al lavoro. Il gatto gli corse incontro facendosi lisciare il pelo. Alberto posò la valigia in salotto e andò a sedersi. Dispiegò il giornale e iniziò a leggere. Non riusciva a concentrarsi però, il pensiero era altrove: sapeva di non avere più tanto tempo da vivere e quella era l’occasione per salutare adeguatamente tutti. Pensò a Lina, sua moglie, a quando entrava in quel salotto e diceva: Come lo hanno arredato bene, sono proprio contenta.
Quella casa, costata tanti sacrifici a Mario e Maria era anche un po’ sua. Ormai l’appartamento di città lo rattristava più di prima: un po’ perchè vedeva Lina dappertutto, un po’ perché la città si era trasfigurata al punto che lui si chiedeva se era proprio lì che aveva trascorso un’infanzia felice, una vita non facile, esperienze difficili da dimenticare. Se era su quei viali, su quei ponti che era passato tanto spesso da consumare decine di paia di scarpe. Se le strade fossero le stesse, se le piazze fossero le stesse. La gente, quella no, non era più quella di un tempo. A vedere quest'umanità alterata, rissosa per un fanale d’auto acceso, ormai intollerante su tutto, Alberto aveva come l’impressione di perdersi irrimediabilmente in un mare nel quale non sapeva nuotare. Driin, il telefono lo colse di sorpresa in bagno, cercò di far presto per andare a rispondere. – Sì - disse infastidito. - Ciao babbo, sei arrivato – costatò Maria dall’altra parte del filo. - Sì, tutto bene. Ci vediamo alle due e mezzo – gli dette appuntamento lui. Una sirena d’ambulanza sfrecciò disperata a qualche centinaio di metri di distanza. Alberto accarezzò il gatto.
La professoressa Bocci, nota come la “belva”, sbattè la porta urlando come un ossesso. Passare dal prof. Salvi a quell’iradiddio era per i ragazzi una tortura infernale. - Dov’è il registro? – gridò da sotto gli occhiali la prof. - Nel cassetto…, rispose timida la Torniai del primo banco. - Chi ce l’ha messo? - proseguì a voce alta la belva. Il professore, risposero gli alunni. - Ma tu guarda…-  la Bocci tirò fuori il registro con l’aria di un’assatanata. - Se la matematica non vi piace a me non frega niente, chiaro? – sputò la prof – io vi spacco le ossa se non siete preparati!
La professoressa Bocci era stata un’aspirante cantante lirica e aveva mantenuto i toni vocali e l’atteggiamento di chi è avvezzo al melodramma. Il fatto di essere finita a cantare nella parrocchia sottocasa l’aveva posta in uno stato di perenne frustrazione. Amava (oltre alla matematica) l’ordine assoluto e la disciplina. Se fosse stato un uomo sarebbe entrata di corsa nei marines. Gianni fece l’errore di bisbigliare qualcosa all’orecchio di Valentina: risero sottovoce ma risero. La Bocci piombò su di loro come una iena. - Cosa c’è da ridere? – proferì in falsetto. - Ora vi sistemo io, venite alla lavagna! – terminò con voce satanica. Mentre passavano, le due vittime sacrificali incrociarono lo sguardo nell’ordine: di Tina la ruffiana che ghignava, Roberta che fece il segno della croce, Arturo che abbassò lo sguardo, Antonio che mimò la parola: sculo, la Torniai del primo banco che si impettì tutta al passaggio della Bocci che chiudeva il corteo funebre.
- Ma professoressa non aveva detto che spiegava? - azzardò Gianni. La belva lo fulminò con gli occhi e aprendo bocca ordinò al plotone d’esecuzione di aprire il fuoco. L’ora della libertà che aveva fatto capolino, se ne andò scuotendo la lancetta più lunga.”


la settimana di Gianni: copertina del libro

 

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